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  • Una Lambo per Babbo Natale

    Nevica, Ulrico esce dalla tabaccheria, è un tardo pomeriggio ed è già buio, la città è inzuppata di acqua ghiacciata. Il pulviscolo delle strade si è impastato in una poltiglia disgustosa che distorce la luce riflessa dei lampioni. Ulrico si ripara sotto la tenda a brandelli dell’ex panificio, chiuso dal 1994, accende una Marlboro, scarta con gesto abile la capsula e svita il tappo della bottiglia di Rosso delle Venezie. Accanto, parcheggiato in una Lamborghini gialla scintillante, un giovane parla al telefono in dialetto col finestrino abbassato, sbuffi di fumo si mischiano con gli spilli di ghiaccio che arrivano a stravento. Pare proprio che qualcosa non vada, Ulrico lo capisce perfettamente, anche se non sa bene l’italiano e ancora meno il dialetto masticato, biascicato, interrotto da manate che sconquassano il volante da parte del tizio. Ulrico è un ragazzo corpulento, di quelli che a trent’anni hanno vissuto abbastanza da dimostrarne cinquanta: alza lo sguardo da terra per mezzo istante, poi ritorna a farsi i cazzi suoi. Non gli serve altro che essere al riparo dal ghiaccio, fumare ordinatamente le sue 20 sigarette, una dietro l’altra, e bere a canna la sua bottiglia affinchè un acido, pulsante torpore gli riempia i pensieri e la serata. Dall’altra parte del teleschermo il biondino, capelli a spazzola e giacca di pelle marrone finto-sgualcita, lancia il telefono sul sedile e si appende al volante, appoggiandovi la fronte in trance. Si gira e si accorge di Ulrico che è li ad un metro, nell’ombra, con la bottiglia in mano che si guarda i piedi.
    – Vecchio, hey vecchio! Hai da fumare?
    Ulrico non si scompone.
    – Hey vecchio! Gli fa il biondo mimando il gesto della sigaretta. Ha la voce rauca, carta vetrata squillante, nasale.
    Ulrico gli fa cenno di no con la testa senza guardarlo, come si fa ai venditori ambulanti che insistono, e tracanna due sorsi.
    – Dai offrimi una paglia, vecchio, sono senza spiccioli, offrimi una paglia.
    Ulrico lo guarda, poi torna a fissarsi le scarpe antinfortunistiche. Il biondo ha un braccio fuori dalla portiera, la neve comincia a rapprendersi, scivola giù come sputo sui vetri della sportiva.
    Ulrico toglie la mano enorme dalla tasca del giaccone, tira fuori il pacchetto, si infila una cicca in bocca e rimane un po’ a fissare il resto delle paglie. Poi gliele porge. Il ragazzo ha gli occhi chiari, arrossati, quasi stupito allunga una mano incerta e bagnata di neve, ne prende una, scruta il faccione inespressivo di Ulrico mentre se la porta alla bocca. Lui lo ignora, si accende la sua e gli passa con gesto lento l’accendino.
    – È che, dioboia sai, certe volte la gente non capisce un cazzo, vecchio. Hai presente? Gli fa il biondo esalando la prima boccata; ha un mucchio di anelli alle dita e un tatuaggio che gli spunta dal polso.
    – Cioè diocane, ti giuro guarda, gente di merda, hai presente? Amici, ahahah. Ma diocane, che teste di cazzo.
    Dalla parte opposta della strada si ferma un bus, scendono dei ragazzini con la trap ad alto volume e le scarpe di tela fradicie, spariscono lungo il viale ornato dalle poche luminarie.
    – Hey vecchio, capisci la mia lingua? Mi ascolti? Ma sì guarda, è anche meglio sai, alla fine che cazzo te ne frega dei miei problemi? Vivi tranquillo tu, ti bevi quella, vai a dormire sereno, cazzo te ne frega vecchio? Fai bene. Tutta salute, zero casini, zero problemi. Magari hai anche qualche figa che ti aspetta. Alla grande, bello mio. Credimi vecchio. Oh, ne hai un’altra? Ne fumerei altre mille stasera vecchio, e non ho un quattrino, non ho più un cazzo, ahah sono un fallito diocane. Ne hai un’altra? Dai cazzo.
    Il tono del biondo è implorante, è tornato ad appoggiare la testa al volante mentre Ulrico continua a guardarsi le scarpe.
    – Hey, lo sai quanto vale questa? Fa il ragazzo risvegliandosi.
    Ulrico fa un sorso, lo ingurgita in due o tre volte, le auto passano con un rumore ovattato, ormai la neve prende e un centimetro buono ricopre i marciapiedi e i tetti.
    – No, non lo sai quanto cazzo vale. Diocane ti ci compri un appartamento in centro con questa, arredato e tutto, e ti restano anche i soldi per l’abbonamento a SKY, vecchio.
    Scoppia in un riso sommesso, si asciuga il naso con la manica.
    Ulrico tira sù la zip del giaccone, raccoglie la borsa del Lidl e fa per andarsene.
    – Ok senti, dove cazzo vai vecchio? Senti, aspetta amico, ho un problema, non so come dirtelo. Mi servirebbe tipo… hai degli spiccioli? Poi te li ridò, tipo facciamo un duecento euro. So che è tanto per uno come te, lo so, è un casino ma è un’emergenza. Sono qui, cioè lascia perdere questa, questa fai finta che non ci sia, è tipo… sequestrata ecco. Cioè tra qualche giorno questa me la portano via, tutto un bordello con l’avvocato …vecchio, e insomma…  guarda che Natale di merda. Il problema è che momentaneamente, ecco, insomma non ho un posto dove andare, e non…  cioè che faccio? Diocane, guarda che situazione di merda.
    Per la prima volta Ulrico sembra degnarlo di uno sguardo ma il ragazzo non ne è affatto sicuro. Armeggia per aprire la complicata automobile, scende, ha una corporatura esile, in confronto alla stazza di Ulrico sembra un bambino di dieci anni. Va a ripararsi accanto a lui sotto i brandelli della tenda, sbatte le braccia attorno alle spalle per cercare di scaldarsi.
    – Capisci, vecchio, io non…
    La portiera aperta, l’auto color fluo se ne sta come un gabbiano con l’ala spezzata, alzata, che fa passare il vento fino a uccidere di freddo.
    Ulrico senza guardarlo gli porge la bottiglia di vino, il ragazzo tergiversa, poi la afferra e la alza in un lungo sorso. Soffia fuori l’alito in una sbuffata di fumo, quando la abbassa Ulrico non c’e più, rimangono le sue orme sulla neve fresca.
    – Aspetta vecchio! Ti prego, cazzo!
    Nello slancio per inseguirlo il giovane scivola dal marciapiede, cade in avanti nella fanghiglia della strada. La bottiglia si frantuma tingendo la neve di rosso. Si rialza, una mano gli sanguina, si passa una manica sulla faccia e raggiunge Ulrico che se ne sta ora sotto la pensilina della fermata.
    – Ok, senti amico, lo so che ti sembrerà una situazione per così dire… surreale, lo capisco ma credimi, cazzo. Cioè grazie per la, cioè per le sigarette e anche… Vabè quello è stata un incidente – si tocca la mano – ma adesso ascoltami…
    Puzza tiepida di diesel mal bruciato invade l’aria, Ulrico sale veloce sul bus seguito dal giovane che gli si siede accanto senza più parlare. Le luci della città sfilano sui vetri appannati, affievoliscono e lasciano i pochi passeggeri a ballare con la testa tra gli scossoni delle buche in direzione periferia; un arabo parla velocissimo, a squarcia gola, gesticolando. Il ragazzo se ne sta raggomitolato sul sedile a tirare su col naso, ogni tanto si tasta la mano, il taglio ha assunto dei contorni violacei e gocciola sul pavimento. Ad una fermata salgono tre badanti avvolte nei loro fazzoletti, attraversano il corridoio dell’autobus facendo un gesto di saluto in direzione di Ulrico che sembra ricambiare.
    Lui e il ragazzo scendono all’ultima fermata, Ulrico sembra non degnarsi della presenza del giovane che lo segue come un cane arruffato a qualche metro di distanza: passi zuccherosi che affondano nel vento gelido, le luminarie della città hanno lasciato spazio al buio compatto della campagna, poche case, un cane guaisce lontano. Ulrico cammina con falcate decise sulla strada sterrata che costeggia una canaletta di scolo, la neve si insinua rapida tra i rami nudi delle gazìe spoglie. Dietro, il biondo stenta a seguirlo, di tanto in tanto è costretto ad una piccola rincorsa per raggiungerlo. I suoi jeans attillati sono fradici, la neve gli entra dal collo, si  scioglie e gli inzuppa la schiena.
    – Dove cazzo mi porti, vecchio! Esclama affannato in direzione di Ulrico che tira dritto. La poca luce che arriva dalla strada si diffonde sul manto nevoso, il canale di scolo termina in un acquitrino gelato oltre il quale, tra i coriandoli che turbinano in ogni direzione si scorge un quartiere di baracche, una specie di accampamento di assi, lamiere, avanzi di vecchie roulotte semi affondate nella coltre gelata. Ulrico è avanti, lontano, il ragazzo cammina stringendosi nelle braccia, le scarpette chiare di Vuitton hanno assunto il colore del fango. Ansima, “dove cazzo… vecchio!”. Si affretta ma sente le gambe addormentate, le ginocchia doloranti, lente, Ulrico ormai è scomparso, ancora una volta rimangono le sue orme. Il biondo le calca nella poca luce, attraversa un piccolo guado, un ponte fatto con assi di legno sopra un rigagnolo di acqua putrida e fumante fino a ritrovarsi di fronte ad una baracca, una porta posticcia di lamiera che sbatte, dalla quale proviene un po’ di luce. Ci si infila, odore di garage, di benzina e di muffa. Si fa largo tra i materiali accumulati fino ad arrivare ad un’altra piccola apertura, l’attraversa ed entra in un minuscolo monolocale malamente illuminato da una lampadina attorcigliata al soffitto. Sul tavolino di fòrmica le sigarette, in terra le enormi scarpe impantanate e accanto la sagoma di Ulrico che ripone ordinatamente il suo giaccone bagnato su una sedia. Il biondo osserva l’acqua che cola formare una piccola pozza sul pavimento, il suo fiato fuma, l’aria è fredda come all’esterno ma almeno li dentro non soffia il vento. Ulrico si raggomitola su quello che pare un giaciglio dando le spalle al giovane, in pochi secondi sprofonda nel sonno senza curarsi della sua presenza. Lui si guarda intorno, fa un passo e va a sedersi timidamente su un piccolo divano sfondato. Trema di freddo, si tasta la mano dolorante che non sanguina più, posa lo sguardo sullo squallido ambiente intorno: pochi oggetti sembrano li da secoli. Rimane così per qualche tempo, poi un sonno potente lo attanaglia, il torpore gli prende le tempie. Ulrico è li immobile, dalla parte opposta, sembra morto. Il ragazzo si stende lentamente con le scarpe e tutto, si rannicchia stringendosi, cercando di recuperare un po’ di calore e la cosa funziona, finalmente in quella giornata infernale, il quel sudicio tugurio pare trovare un po’ di pace. Gli occhi gli si chiudono, cade in un sonno febbricitante pieno di sogni vividi, colorati. L’albero di natale di quando era bambino, il tappeto del soggiorno arrotolato per fare posto al presepe, i regali, i segni lasciati dal passaggio di Babbo natale quando al mattino, scendendo dal letto di corsa andava a scartare i regali. Quella semplicità per cui bastava credere in qualcosa e questa si realizzava, tutte le possibilità davanti a sè, bastava continuare sulla strada giusta, crescere, avere fiducia: da quanto tempo non sentiva il Natale, quello autentico del bene e della fortuna.


    La lampadina è rimasta accesa nella piccola stanza gelata, la flebile luce gialla lo disturba, lo fa riemergere dal torpore e si ritrova circondato da presenze che non riconosce. Percepisce intorno a sè dei volti ma ora la luce è piu intensa e il ragazzo non riesce a tenere le palpebre aperte. Cerca di alzarsi ma sembra incatenato al divano, sembra avere le braccia bloccate, le gambe legate. Si volta verso Ulrico e vede solo un fagotto di stracci, dorme e non si cura di nulla. Vorrebbe parlare, chiedere che cosa sta succedendo ma la voce non gli esce dalla gola, sente il battito del cuore accelerare, vede il fiato di uomini tutto intorno ma non può riconoscerne i volti, sente delle parole in una lingua che non comprende, gli fischiano le orecchie, una mano gli accarezza la fronte, forse è solo un sogno e passerà. Qulcuno armeggia sopra di lui con una siringa, altre voci più lontane, ls sagoma di un coltello, sangue, cerca di dibattersi, poi la luce si affievolisce e i pensieri svaniscono, si dissolvono, torna la pace ma questa volta senza sogni, senza colori nè ricordi.

    Il sole filtra dal piccolo oblò riparato con del nastro americano, la roulotte di Ulrico è invasa dalla luce del mattino e il tepore dei raggi solari riscalda l’aria viziata e umida. Il cielo è di un azzurro intenso, fuori la neve ha smesso di cadere e il vento durante la notte ha spazzato via le nuvole. Sul piccolo fornello a gas bolle un pentolino incrostato, Ulrico lo toglie dal fuoco e si accende una sigaretta. Si affaccia all’uscio, osserva i rivoli d’acqua che scorrono sotto la neve fusa e cadono dalle lamiere della baracca gocciolando rumorosamente. Il bagliore del sole è accecante, l’uomo si ripara gli occhi con una mano. Spegne la cicca schiacciandola in mezzo ad altre mille nel piatto di plastica, si infila le scarpe ed esce nell’aria tagliente. Attraversa il piccolo campo (zampette di uccelli sulla supetficie della neve all’ombra), si porta sulla strada lungo il canale e raggiunge la fermata del bus. È festa ma la tabaccheria dei cinesi è aperta tutto l’anno, l’uomo scende alla solita fermata, un carro attrezzi armeggia attorno alla lamborghini rimasta lì dalla sera prima. La portiera è ancora aperta, sospesa in aria, i tecnici non sanno come richiuderla senza le chiavi dell’auto e decidono di rimorchiarla così com’è.
    Ulrico entra nella tabaccheria, un’anziana signora sta grattando un biglietto della lotteria. Ulrico aspetta paziente il suo turno, l’anziana getta con stizza il cartoncino e se ne va. Il cassiere sa già, prende le Marlboro dallo scaffale, Ulrico gli allunga cinque euro accartocciati, l’uomo li stira contro luce e li infila nel cassetto, poi sparisce dietro. Ulrico scarta il pacchetto, se lo mette in tasca e rimane fermo a guardarsi le scarpe. Riappare il cinese con un fagotto di carta, lo porge a Ulrico che se ne esce nel sole.
    Il carro attrezzi bippa in retromarcia, un vigile urbano dirige pigro il traffico. Ulrico apre il sacchetto e ci guarda dentro, infila una mano, sfoglia velocemente le banconote, lo riaccartoccia.
    Le campane suonano mezzogiorno, l’uomo si incammina contro il sole accecante, lungo la strada, verso la campagna.