Smettere di fumare, rigare dritto, scegliere il deodorante giusto significa tenere per sè la propria esistenza. I fiumi in piena, il vento, spotify taroccato, il furgone dei libici abbandonato, l’erba verdissima, tutte le cose rassicuranti per sè, senza dare a nessuno. Senza amore per nulla e nessuno.
Ed eccoci qui, sul terrazzino a fumare e a spiegare al mio cane come il mondo vada a rotoli, così come al tempo dell’Antica Grecia. Il tranquillo quartiere di tranquille casette, giovani alberi, la sera bluastra che incombe, il rassicurante silenzio del finale di domenica in cui il genere umano si prepara al lunedì produttivo. Già cenato, già chiaro il copione di domani, un ragazzone con gli occhiali fa rotolare il bidone del secco fuori dal suo garage, lo controllo con perizia e lo piazza all’esterno del cancello, nello stesso identico spazio di altre 12.584 domeniche sera. Lancio il mozzicone oltre la proprietà e rimango un po’ a ispezionare questa vita poco originale, cosa vorrei per lei ora? Risolti i problemi, smussati gli angoli ma irrimediabilmente ridotte le scelte, che fare? Spostare il bidone per tante altre domeniche che Cristo ci concederà? Cercare rifugio in qualche messa, sperando che se di qua ha fatto tutto irrimediabilmente cagare, di là sia una figheria? Rinascere architetti in paradiso? O minatori all’inferno? In nessun luogo esiste la pace.
Sono pigro e disordinato e faccio parecchio fatica a finire le cose che incomincio. Non è nulla di eccezionale essere mediocri, lo posso assicurare. Detto questo, “Labbra blu” sta lentamente procedendo. La storia è abbastanza fedele al plot iniziale (parliamo da scrittori, dire “trama” non è cool), anche se sono successe un sacco di cose diverse, venutemi in mente nel tempo (molto) di cazzeggio e gestazione. Non nego di riporre alcune speranze in questo libro difficile da scrivere, ci ho messo molte sensazioni, sentimenti e sogni ma spero che non esca pesante o serioso, è l’ultima cosa che voglio. Non vorrei che ci fossero moralismi di alcun tipo, anche se mi esce sempre difficile, ad esempio, descrivere scene di sesso nel dettaglio, colpa forse del fardello cattolicheggiante che mi porto dietro, mio malgrado. Ma no, niente morali e niente buoni o cattivi: tutti siamo buoni e tutti siamo demoniaci a seconda del caso. E poi ci sono anche dei siparietti funny, o almeno lo sono per me, che rido da solo quando li scrivo. Quindi dai, fra sette o otto anni sarà finito e incomincerò a rileggerlo.
Chissà se Putin ha sempre pronta una pistola. Quando incontra i suoi fedelissimi, quando sale in aereo, quando va alle riunioni. Se fossi lui girerei armato, sospetterei di mio fratello, del cuoco: malgrado il consenso imposto, il lavoro di un dittatore è molto rischioso. E poi una pistola è molto utile se le cose si dovessero mettere male.
seduti ad aspettare una risposta. Non arriverà mai, il mercato è costruito per non darne, per solleticare i desideri e ricevere le tue attenzioni. Guardare uno schermo o guardare dalla finestra sono due cose identiche.
Freddo lunedi mattina, parcheggiato col fiato corto accanto al campo dove sorgerà qualche cosa che ignoro. Cos’è più inutile? Ci sta stretta la città, un eroe del nuovo millennio salva la nave in avaria grazie ai suoi satelliti, la Tesla dell’impiegato comunale non va in moto. Cos’è più inutile? Vento freddo di guerre, umanità con occhiali da sole (polarizzati), tanta ancora la distanza dal fare e il voler fare.
Questa poesia, insieme ad altre, dovrebbe (il condizionale è obbligatorio) far parte di una raccolta che si intitola “13 storie sul lungomare”. Ci sto ancora lavorando, ho scritto ben più di 13 storie ma poche mi soddisfano davvero. Questa è una, abbastanza matura.
Ma i consigli a che servono Alla tua immaturità di gabbiano Quando scende la sera Sul termitaio di città
Un bicchiere seccato Per le traversate notturne Campana da nebbia Faro che gira senza fare luce
Il buio è un saggio Ma ha perduto la parola Lisci le tue piume stroppicciate Giochi ai dadi un’altro giro
Una fotografia, milioni di fotografie fatte a cazzo, un meteorite in arrivo per ciascuno di noi, otto miliardi di meteoriti in viaggio inarrestabile. Abbiamo architettato un modo sublime, molto complesso per torturare la nostra esistenza, abbiamo creato la spensieratezza, i ricordi, la chirurgia estetica, le attese, le ansie, tutto per non pensare al nostro sadico meteorite in viaggio inarrestabile.
Con la tua grossa automobile Immersa nella nebbia di un febbraio – Bip intermittente continuo impellente Attendi paziente un bastimento Che percorre la foce, fino al finale
Gorghi come idee strambe Legni si avvicendano, emergono Scompaiono nel dubbio dell’insuccesso Il tuo sporco lavoro di guardiano Di favole altrui, oramai scadute
Qui si è combattuti tra il senso di solitudine e quello di isolamento che i social, oggi, provocano. Da occasione per fotografare il pranzo e bestemmiare in compagnia, quale era nato facebook (il libro dei volti, ritrovare i vecchi compagni di scuola, timidamente), i social tutti assieme si sono trasformati in una lobotomia di contenuti ai quali assisto ormai passivamente. Niente interazioni, scrivere ca77o per eludere l’intelligenza sopraffina: come no. Dai. Prendo una pausa, non so se sia peggio o meglio, invito i pochi a riflettere su come stanno andando le cose. Ci sono alternative a tutto questo? No, attualmente non ci sono. Internet, parola ormai antica, è ancora uno spazio libero ma bisogna fare delle scelte. Io continuerò a scrivere e chi vuole dovrà vincere la pigrizia e digitare www. So che è un atteggiamento perdente, ne vado fiero. Fa molto 1997, lo so, i meme mi divertono ma mi sento un relitto spiaggiato in mezzo a questo turbine di pseudoinformazione fuori controllo, senza contare che il mio tempo sta finendo e sprecarlo nello zoombie scrolling sta diventando brutto. A questo punto mi basta la tv.
Questa è una delle poesie che vorrei facessero parte di un piccolo progetto futuro. Sono tornato a cimentarmi con brevi storie (poesia suona antico) frequentando la spiaggia di una marginale località di mare dove recentemente mi sono ritrovato a vivere in esilio (chi può prevedere dove ti porta la vita?).
È un frammento grezzo, in evoluzione, oppure rimarrà così, ispirato da uno di quei tramonti che si possono vedere fuori stagione scrutando l’orizzonte di acqua salata, mossa, polverosa e potente:
“Presto bruceremo tutto Ma prima Agli albori C’era una bellezza Stupori, albe e solo Fatalità Di un andare senza senso E quella solitudine Rassicurante Milioni di minuti Tutti identici Il succedersi Senza amore Le nuvole I lievi bagliori lunari Di sconosciuta Bellezza”
Tutto questo affanno di lasciare le proprie sicurezze cercando nuove sicurezze. La comfort zone. Perché prendere il mare? Sono finte necessità. L’uomo lo fa per soldi, l’avventura è solo una scusa per grandi recchionate al largo. Oggi diremmo “spasmodica ricerca di dopamina”. E non molto di più.
Non penso al giorno in cui morirò, penso più al modo: con tutta probabilità bestemmiando mentre un platano o un camion mi taglia la strada. O su un letto pieno di tubi, decisamente piu romantico. Penso di più al mattino successivo, al sorgere del sole che mostra a tutti la vastita del cazzo che gliene frega della mia cessata esistenza, di Putin, delle foreste, del PIL, delle eccezionali scoperte in campo tecnologico, del meteorite o delle crociere all inclusive. Non serviamo ad un cazzo e stiamo qui a cercare di dimostrare il contrario, davvero roba da boomer, diocristo sta cosa farebbe ridere anche il mio cane, che se ne sta li con le palle all’aria. Almeno lui non ha di queste ossessioni.
Il mio cane sa vivere, vivo come il mio cane. Gino (il mio cane) caga ogni mattina quasi esclusivamente, a meno che non abbia fatto bagordi la sera prima, allora ci sta anche una cagatina serale. Ogni mattina passeggiata, anche se piove o fa freddo. Gino è un sedentario ma ha improvvisi sprazzi di attivismo, si misura ancora coi cani piu giovani al parchetto ma non riesce più a tenergli testa (ha quasi 12 anni ormai). Non ne esce frustrato, se ne sta li, gironzola pacifico mentre i cuccioli gli turbinano intorno, piscia qui e li e dopo un po’ ha voglia di tornare a casa. Durante il tragitto si ferma dai soliti due o tre amici di sempre, si annusano attraverso la recinzione, si pisciano addosso vicendevolmente per sincerarsi che sia tutto ok. È un cane amichevole ma non rompetegli il cazzo su determinati argomenti, non tentate ad esempio di rubargli la poltrona dove si è seduto, oppure di farlo spostare da una stanza dove si è fissato che si sta comodi. È abbastanza testone ma se lo sai prendere si ammorbidisce, è tutta una questione di atteggiamento. Ad esempio si fa corrompere col cibo, o con la figa, anche se il mio cane non ha mai avuto realmente femmine intorno, nè figli! Anzi, si dedica diligentemente e quotidianamente alla masturbazione (altro momento della sua giornata in cui non vuole essere disturbato, generalmente le prime ore del mattino). Non ama stare solo e passa la maggior parte del tempo a oziare, si interessa al vicinato, è allerta se sente rumori strani o percepisce novità nell’aria; adora le visite, le novità, fa le feste a tutti gli avventori in modo sincero, poi però seleziona con chi intrattenersi e chi scagare con sufficienza. Non si è mai ammalato gravemente, con l’età è diventato più selettivo e prudente ma una qualità che lo ha sempre contraddistinto è l’empatia con gli altri animali, non solo cani. Riconosce amici e nemici al primo sguardo e se è il caso gira alla larga, prendendosela solo con fighetti imbellettati e minus habens viziati dai rispettivi padroni. Non li sopporta, li attacca sbraitando e gli piscia sul muso con disprezzo, scalciando l’aria con le zampe posteriori in segno di spregio. Alla fine è un tenerone, si prende i suoi spazi di coccole (in verità, in modo abbastanza opportunista), sempre disponibile a farsi accarezzare, grattare, massaggiare la collottola, le spalle. Credo che tutto questo sia il segreto della suo benessere, senza fronzoli e toelettature, 12 fottuti anni passati a cazzeggiare e se anche domani la falce dovesse passare, chi se ne straciava? La sua vita l’ha fatta.
Ci siamo accorti che un anno è un giro di giostra intorno al sole ancora prima di accorgerci che la terra girava. Ci siamo accorti che le cose tornavano ciclicamente e gli abbiamo dato un nome. Le cose tornano sempre ma non tornano sempre uguali, o meglio siamo noi a cambiare. In dieci anni si cambia, si vive o simuore. Dieci anni sono una vita, un pezzo così definitivo di vita da essere una vita a sé. Dieci anni. Ogni uomo può vivere sette, otto vite? Non è una prerogativa dei gatti. Da zero a dieci si sogna, dai dieci ai venti si tenta dibcapire, dei venti e trenta di cresce, dai trenta ai quaranta l’età adulta, dai quaranta ai cinquanta la consapevolezza. Forse. Poi boh. Mi piace rimanere di notte ad osservare le lampade accese, nei giardini, mentre si consumano e affievoliscono lentamente. Ogni notte meno luminose, ogni notte un passo verso il buio, ma anche il nuovo giorno, coi grilli a cantare il miserere. Questo è il tempo che conosco e quello che posso dire oggi del tempo che conosco.