Con la tua grossa automobile Immersa nella nebbia di un febbraio – Bip intermittente continuo impellente Attendi paziente un bastimento Che percorre la foce, fino al finale
Gorghi come idee strambe Legni si avvicendano, emergono Scompaiono nel dubbio dell’insuccesso Il tuo sporco lavoro di guardiano Di favole altrui, oramai scadute
Ci eravamo detti una cosa, io e te al ritorno. Le burrasche non ci facevano più paura e nemmeno i temporali al largo di Grado (zona stronza quella, ogni volta rogne). C’era solamente una matita a bordo e il foglio lo rubasti per fare una mappa dei pirati – te lo ricordi? Eri senza documenti, come due adorabili scappati di casa: scalzi, con gli stracci sulle draglie. In quella mappa disegnammo l’Algal che percorreva il golfo, poi la pioggia, il delfino, gli stracci e l’approdo abusivo sulle briccole abbandonate. Avrei attraversato l’oceano, lo avrei fatto solo con te che tagliavi le zucchine tra le onde e anche tu, mi dicesti, lo avresti attraversato soltanto con me, non lo sapevi il perchè – di certo non per le mie doti marinaresche. E adesso come facciamo, che la tempesta ha avuto il sopravvento? Perchè piccola C. lo sai, qui è tutto un attendere che le cose passino, e a volte fuggono, e non conosco un’altro sistema, purtroppo. Lanciammo la bottiglia da qualche parte nel mare, dormimmo coi pesci nel buio mistico della spiaggia, un gabbiano sospeso contro vento, di bolina, banderuola delle nostre vite. Decidemmo di non tornare – quanto poco incidono dei segni sulla carta. Adesso non mi resta che pensarti sottoforma di vento che soffia, quando mi sveglio di soprassalto, spaventato dai boati egocentrici dei miei simili, dal prodotto interno lordo. Tu, che ora sei sabbia, aria, aghi di pino, un debole ricordo, onde. Elettroni, vibrazione che non si crea e non si distrugge, momenti, risate perdute nel tempo che ancora mi piombano addosso. Quanto male fanno cazzo di buddha.