Tag: bar

  • Miami

    Jesolo, la “Miami del Nordest” invasa dalla pioggia. Frotte di bengalesi e indiani spauriti, con le biciclettine in cerca di un riparo. Porsche come se piovesse scivolano silenziose mentre addento la mia piada tiepida, il gestore del bar è di sicuro omosessuale (mentre lo penso, una sorta di censura mi fa sentire in colpa, acuendo quel loop da società repressa di cui soffriamo ormai un po’ tutti). La musica è caraibica, arriva un camion di muratori albanesi. Entrano, si scolano delle chine liscie in silenzio e ripartono, oggi giornata persa.
    E più sei Miami, più sei Africa, Asia, Est Europa, cucine putride, sottotetti abitati, gamberetti surgelati, furgoni di elettricisti (senza scritte), piastrellisti, cartongessisti, – Danilo! Danilo vieni qui che ti bagni! Piccolo insolente coglioncino, futuro avvocato, coi tuoi stivaletti insulsi da bambino Miemese, a saltare sulle pozzanghere.

    Miami con la pioggia
  • Barbie in barella

    Le vie della città hanno tutti nomi di cadaveri. Morti, ma morti male: fucilati, impiccati, decimati dalle mitragliatrici nemiche. La guerra, le due guerre qui lungo il Piave sono ancora una presenza tangibile, gli si porta rispetto. Ogni tanto rispuntano ossa, trincee, bombe inesplose tra il sabbione delle rive basse, accanto all’acqua color smeraldo, immobile, quasi ipnotica: madre acqua.
    Mezza mattina di sabato, caricano un vecchio in ambulanza, denti scintillanti in una smorfia, capelli argento che svolazzano sulle ossa del cranio ben visibili nell’aria sottile e umida dei giorni di dicembre.
    Da bambino volevo una bici senza i parafanghi, sportiva, col manubrio basso. Niente.
    Chi non avrebbe da recriminare sulle scelte dei propri genitori? Se è tutto normale tu cerchi di accelerare e loro frenano, se succede il contrario sei figlio di tossici (o di comunisti). Per l’amore d’iddio non mi è capitato e sono cresciuto moderato, medio, ho fatto scelte ponderate. Adesso ci si stupisce ma è un bel traguardo essere ancora qui in tre, io e quelle due figure iconiche dei miei amici, a parlare accesamente di cagate esistenziali bevendo caffè (plurale, più caffè) da Nesto.
    Non ha senso pensarci ma poi infornano Polesel, nome di fantasia, e il cielo che da grigio si fa blu, noi usciamo sulla piazza pidocchiosa della cittadina merdosa e in quel momento un velo pietoso, di vera pietà naturale si dilata sulla sofferenza. Le fiamme disintegrano tutto cio che sei stato: gli imbarazzi, le pochezze, le virtù, le figure di merda, le spoglie mortali si separano dalla memoria e nulla, a nullla sei servito, se mai fosse servito servire.

    Hanno scritto intere filosofie per spiegare il nulla che siamo, Jensen Huang fa i miliardi di dollari generando dei pacati pensieri politicamente corretti, perdiamo il nostro tempo coi governi mentre il nuovo Dio sa già tutto di noi (e sciocchezze come il diritto all’oblio). Bei tempi quelli dell’atomica, rifugiarsi sotto terra come formiche: convertiti, confessa, pentiti o brucia all’inferno. Abbiamo alzato l’asticella, arti in formalina, reti neuronali, il futuro annacquato, gli orti sui tetti, vedere andare il mondo nella direzione che eviteresti (dicono che non bisognerebbe osservare l’ostacolo ma la via di fuga, per recuperare il controllo) ma tutto si schianta contro l’assessore all’urbanistica.
    Nessuno pensa alla sana pochezza, al fatto che tutti mettiamo il caffè “Bertoldo” nel vasotto dell’Illy. Invece no:
    – È possibile installare l’allarme oggi stesso?
    – Certamente!