Categoria: Senza categoria

  • Lo zen è troppo lungo

    Avete mai letto il libro, con titolo buffo “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”? Io sì. Noi scrittori e intellettuali in genere amiamo citare libri iconici dai titoli assurdi e film di registi sconosciuti per darci delle arie, millantando di averci capito qualcosa. “Lo zen” è un intricato libro di filosofia mascherato da storia umana tra padre e figlio autistici (o schizofrenici) in viaggio in un’ america anni 70, o 60 non ricordo. Di tutto lo sproloquio esistenziale, letto in trance durante il covid, in quel silenzio irreale chi ci siamo lasciati alle spalle, ricordo un termine curioso che ho fatto mio. Una parola che suona tanto come mutuata dai nativi (come altri termini geografici, di fiumi ecc.): “chautauqua”.
    Con questo termine, nel libro si descrive una sorta di meditazione, un dialogo con se stesso, una divagazione sulla vita e sull’uomo che il protagonista fa nelle lunghe ore in motocicletta per le strade della campagna americana. Così da quella volta, ogni cazzo di volta in cui devo fare sandonà – mestre (mes3) – e ritorno, salgo, allaccio le cinture, musica evocativa e via di chautauqua. Ad alta voce, come i matti. L’intro è il seguente: ripetere più volte, con convinzione, l’impronunziabile termine: ciataka, sciataqua, non saprei.
    Da li in poi nascono le idee, a volte banali, scartate all’istante, altre volte geniali, scartate il giorno seguente (una famosa esperta di comunicazione di cui non ricordo più il nome consigliava di scartare a priori le prime 3/5 idee geniali che ti venivano in mente, sicuramente si tratterebbe di cagate già scritte o sentite). Il movimento, il paesaggio che scorre sulla retina agiscono come uno di quei mega cannoni di droga che si facevano gli indiani d’america, e la musica può accompagnare solo: chautauqua!
    Così, chautauqua, oggi si va a treviso a cambiare la propria vita.

    Chautauqua
  • Miami

    Jesolo, la “Miami del Nordest” invasa dalla pioggia. Frotte di bengalesi e indiani spauriti, con le biciclettine in cerca di un riparo. Porsche come se piovesse scivolano silenziose mentre addento la mia piada tiepida, il gestore del bar è di sicuro omosessuale (mentre lo penso, una sorta di censura mi fa sentire in colpa, acuendo quel loop da società repressa di cui soffriamo ormai un po’ tutti). La musica è caraibica, arriva un camion di muratori albanesi. Entrano, si scolano delle chine liscie in silenzio e ripartono, oggi giornata persa.
    E più sei Miami, più sei Africa, Asia, Est Europa, cucine putride, sottotetti abitati, gamberetti surgelati, furgoni di elettricisti (senza scritte), piastrellisti, cartongessisti, – Danilo! Danilo vieni qui che ti bagni! Piccolo insolente coglioncino, futuro avvocato, coi tuoi stivaletti insulsi da bambino Miemese, a saltare sulle pozzanghere.

    Miami con la pioggia
  • Riflessioni sanremesi

    Foto: Wolfgang Amadeus Mozart

    Noto questa fame di località, di orticello. C’è fame di individualità, il comune, la regione, il nord, il noi, i negri. A qualche decennio da cuando ciera LVI abbiamo ricominciato a pensare in modo divisivo, belli i tempi in cui ci si sentiva popolo al potere (ho usato la prima persona plurale a sproposito, essendo io una merda individualista da sempre).
    Ma chi si fida di questi? È nato prima l’uovo o la gallina? Cioè sono merde quelli che governano o siamo noi tanto merde da volerli al governo? Non è una mia opinione che la classe dominante, oggi, sia espressione del più becero opportunismo.
    A me non cambia un cazzo, io ho più o meno trovato il modo di arrabattarmi, un po’ di culo deqquà, un po’ di merito dellà, ma se per le cose di tutti i giorni può bastare, chi ti salva se ti serve un’operazione alla pancia? O un mutuo. Li entra in azione la società, questa utopia malfunzionante ma essenziale per la quale trovo le uova fresche allevate a terra al Lidl. Ma quando non ti puoi fidare della filiera integrata Amadori, caro mio, non ti puoi fidare nemmeno del chirurgo.
    Che c’entra con le fazioni?
    Allarme pm10, stiamo soffocando tra le polveri sottili schiacciate dall’alta pressione stazionaria, la bassa padana come una camera a gas. L’idea è quella di pedonalizzare il centro, così ci saranno meno auto, in centro.
    Lo vedete anche voi il meme di Eddy Murphy che si tocca la tempia?
    Così per andare da un lato all’altro della mia pidocchiosa cittadina devo fare 4 km al posto dei 500 m che percorrerei attraversando la piazza. Quanta Co2 ho emesso? Ma lo spritz del sindaco è salvo.
    Ma come dire, è sempre vero che nella nostra smargiassa, inquinata società si vive mediamente di più che un qualsiasi paradiso naturale infestato di animali feroci o velenosi (lo chiamavamo terzo mondo, ora paesi emergenti, da cosa poi?).
    Pecore.

  • Cin cin

    Fumo con la pioggia (cin cin)
    Potere al popolo!
    Ma il popolo non vuole il potere.
    Potere ai ricchi!
    I ricchi delegano al popolo
    Che si auto-incula

    Apparato per telecomunicazioni cellulari (telefonino)
  • Barbie in barella

    Le vie della città hanno tutti nomi di cadaveri. Morti, ma morti male: fucilati, impiccati, decimati dalle mitragliatrici nemiche. La guerra, le due guerre qui lungo il Piave sono ancora una presenza tangibile, gli si porta rispetto. Ogni tanto rispuntano ossa, trincee, bombe inesplose tra il sabbione delle rive basse, accanto all’acqua color smeraldo, immobile, quasi ipnotica: madre acqua.
    Mezza mattina di sabato, caricano un vecchio in ambulanza, denti scintillanti in una smorfia, capelli argento che svolazzano sulle ossa del cranio ben visibili nell’aria sottile e umida dei giorni di dicembre.
    Da bambino volevo una bici senza i parafanghi, sportiva, col manubrio basso. Niente.
    Chi non avrebbe da recriminare sulle scelte dei propri genitori? Se è tutto normale tu cerchi di accelerare e loro frenano, se succede il contrario sei figlio di tossici (o di comunisti). Per l’amore d’iddio non mi è capitato e sono cresciuto moderato, medio, ho fatto scelte ponderate. Adesso ci si stupisce ma è un bel traguardo essere ancora qui in tre, io e quelle due figure iconiche dei miei amici, a parlare accesamente di cagate esistenziali bevendo caffè (plurale, più caffè) da Nesto.
    Non ha senso pensarci ma poi infornano Polesel, nome di fantasia, e il cielo che da grigio si fa blu, noi usciamo sulla piazza pidocchiosa della cittadina merdosa e in quel momento un velo pietoso, di vera pietà naturale si dilata sulla sofferenza. Le fiamme disintegrano tutto cio che sei stato: gli imbarazzi, le pochezze, le virtù, le figure di merda, le spoglie mortali si separano dalla memoria e nulla, a nullla sei servito, se mai fosse servito servire.

    Hanno scritto intere filosofie per spiegare il nulla che siamo, Jensen Huang fa i miliardi di dollari generando dei pacati pensieri politicamente corretti, perdiamo il nostro tempo coi governi mentre il nuovo Dio sa già tutto di noi (e sciocchezze come il diritto all’oblio). Bei tempi quelli dell’atomica, rifugiarsi sotto terra come formiche: convertiti, confessa, pentiti o brucia all’inferno. Abbiamo alzato l’asticella, arti in formalina, reti neuronali, il futuro annacquato, gli orti sui tetti, vedere andare il mondo nella direzione che eviteresti (dicono che non bisognerebbe osservare l’ostacolo ma la via di fuga, per recuperare il controllo) ma tutto si schianta contro l’assessore all’urbanistica.
    Nessuno pensa alla sana pochezza, al fatto che tutti mettiamo il caffè “Bertoldo” nel vasotto dell’Illy. Invece no:
    – È possibile installare l’allarme oggi stesso?
    – Certamente!

  • Il bosco orizzontale

    Ma noi siamo la natura.
    Se ci pensi bene la macchina, la distruzione che infliggiamo al pianeta sono previsti nel progetto naturale. Quello che gente come me cerca di portare avanti è una disperata lotta al progetto stesso, di cosa dovremmo preoccuparci?

    Campo di concentramento per alberi, Milano – Italy
  • Una Lambo per Babbo Natale

    Nevica, Ulrico esce dalla tabaccheria, è un tardo pomeriggio ed è già buio, la città è inzuppata di acqua ghiacciata. Il pulviscolo delle strade si è impastato in una poltiglia disgustosa che distorce la luce riflessa dei lampioni. Ulrico si ripara sotto la tenda a brandelli dell’ex panificio, chiuso dal 1994, accende una Marlboro, scarta con gesto abile la capsula e svita il tappo della bottiglia di Rosso delle Venezie. Accanto, parcheggiato in una Lamborghini gialla scintillante, un giovane parla al telefono in dialetto col finestrino abbassato, sbuffi di fumo si mischiano con gli spilli di ghiaccio che arrivano a stravento. Pare proprio che qualcosa non vada, Ulrico lo capisce perfettamente, anche se non sa bene l’italiano e ancora meno il dialetto masticato, biascicato, interrotto da manate che sconquassano il volante da parte del tizio. Ulrico è un ragazzo corpulento, di quelli che a trent’anni hanno vissuto abbastanza da dimostrarne cinquanta: alza lo sguardo da terra per mezzo istante, poi ritorna a farsi i cazzi suoi. Non gli serve altro che essere al riparo dal ghiaccio, fumare ordinatamente le sue 20 sigarette, una dietro l’altra, e bere a canna la sua bottiglia affinchè un acido, pulsante torpore gli riempia i pensieri e la serata. Dall’altra parte del teleschermo il biondino, capelli a spazzola e giacca di pelle marrone finto-sgualcita, lancia il telefono sul sedile e si appende al volante, appoggiandovi la fronte in trance. Si gira e si accorge di Ulrico che è li ad un metro, nell’ombra, con la bottiglia in mano che si guarda i piedi.
    – Vecchio, hey vecchio! Hai da fumare?
    Ulrico non si scompone.
    – Hey vecchio! Gli fa il biondo mimando il gesto della sigaretta. Ha la voce rauca, carta vetrata squillante, nasale.
    Ulrico gli fa cenno di no con la testa senza guardarlo, come si fa ai venditori ambulanti che insistono, e tracanna due sorsi.
    – Dai offrimi una paglia, vecchio, sono senza spiccioli, offrimi una paglia.
    Ulrico lo guarda, poi torna a fissarsi le scarpe antinfortunistiche. Il biondo ha un braccio fuori dalla portiera, la neve comincia a rapprendersi, scivola giù come sputo sui vetri della sportiva.
    Ulrico toglie la mano enorme dalla tasca del giaccone, tira fuori il pacchetto, si infila una cicca in bocca e rimane un po’ a fissare il resto delle paglie. Poi gliele porge. Il ragazzo ha gli occhi chiari, arrossati, quasi stupito allunga una mano incerta e bagnata di neve, ne prende una, scruta il faccione inespressivo di Ulrico mentre se la porta alla bocca. Lui lo ignora, si accende la sua e gli passa con gesto lento l’accendino.
    – È che, dioboia sai, certe volte la gente non capisce un cazzo, vecchio. Hai presente? Gli fa il biondo esalando la prima boccata; ha un mucchio di anelli alle dita e un tatuaggio che gli spunta dal polso.
    – Cioè diocane, ti giuro guarda, gente di merda, hai presente? Amici, ahahah. Ma diocane, che teste di cazzo.
    Dalla parte opposta della strada si ferma un bus, scendono dei ragazzini con la trap ad alto volume e le scarpe di tela fradicie, spariscono lungo il viale ornato dalle poche luminarie.
    – Hey vecchio, capisci la mia lingua? Mi ascolti? Ma sì guarda, è anche meglio sai, alla fine che cazzo te ne frega dei miei problemi? Vivi tranquillo tu, ti bevi quella, vai a dormire sereno, cazzo te ne frega vecchio? Fai bene. Tutta salute, zero casini, zero problemi. Magari hai anche qualche figa che ti aspetta. Alla grande, bello mio. Credimi vecchio. Oh, ne hai un’altra? Ne fumerei altre mille stasera vecchio, e non ho un quattrino, non ho più un cazzo, ahah sono un fallito diocane. Ne hai un’altra? Dai cazzo.
    Il tono del biondo è implorante, è tornato ad appoggiare la testa al volante mentre Ulrico continua a guardarsi le scarpe.
    – Hey, lo sai quanto vale questa? Fa il ragazzo risvegliandosi.
    Ulrico fa un sorso, lo ingurgita in due o tre volte, le auto passano con un rumore ovattato, ormai la neve prende e un centimetro buono ricopre i marciapiedi e i tetti.
    – No, non lo sai quanto cazzo vale. Diocane ti ci compri un appartamento in centro con questa, arredato e tutto, e ti restano anche i soldi per l’abbonamento a SKY, vecchio.
    Scoppia in un riso sommesso, si asciuga il naso con la manica.
    Ulrico tira sù la zip del giaccone, raccoglie la borsa del Lidl e fa per andarsene.
    – Ok senti, dove cazzo vai vecchio? Senti, aspetta amico, ho un problema, non so come dirtelo. Mi servirebbe tipo… hai degli spiccioli? Poi te li ridò, tipo facciamo un duecento euro. So che è tanto per uno come te, lo so, è un casino ma è un’emergenza. Sono qui, cioè lascia perdere questa, questa fai finta che non ci sia, è tipo… sequestrata ecco. Cioè tra qualche giorno questa me la portano via, tutto un bordello con l’avvocato …vecchio, e insomma…  guarda che Natale di merda. Il problema è che momentaneamente, ecco, insomma non ho un posto dove andare, e non…  cioè che faccio? Diocane, guarda che situazione di merda.
    Per la prima volta Ulrico sembra degnarlo di uno sguardo ma il ragazzo non ne è affatto sicuro. Armeggia per aprire la complicata automobile, scende, ha una corporatura esile, in confronto alla stazza di Ulrico sembra un bambino di dieci anni. Va a ripararsi accanto a lui sotto i brandelli della tenda, sbatte le braccia attorno alle spalle per cercare di scaldarsi.
    – Capisci, vecchio, io non…
    La portiera aperta, l’auto color fluo se ne sta come un gabbiano con l’ala spezzata, alzata, che fa passare il vento fino a uccidere di freddo.
    Ulrico senza guardarlo gli porge la bottiglia di vino, il ragazzo tergiversa, poi la afferra e la alza in un lungo sorso. Soffia fuori l’alito in una sbuffata di fumo, quando la abbassa Ulrico non c’e più, rimangono le sue orme sulla neve fresca.
    – Aspetta vecchio! Ti prego, cazzo!
    Nello slancio per inseguirlo il giovane scivola dal marciapiede, cade in avanti nella fanghiglia della strada. La bottiglia si frantuma tingendo la neve di rosso. Si rialza, una mano gli sanguina, si passa una manica sulla faccia e raggiunge Ulrico che se ne sta ora sotto la pensilina della fermata.
    – Ok, senti amico, lo so che ti sembrerà una situazione per così dire… surreale, lo capisco ma credimi, cazzo. Cioè grazie per la, cioè per le sigarette e anche… Vabè quello è stata un incidente – si tocca la mano – ma adesso ascoltami…
    Puzza tiepida di diesel mal bruciato invade l’aria, Ulrico sale veloce sul bus seguito dal giovane che gli si siede accanto senza più parlare. Le luci della città sfilano sui vetri appannati, affievoliscono e lasciano i pochi passeggeri a ballare con la testa tra gli scossoni delle buche in direzione periferia; un arabo parla velocissimo, a squarcia gola, gesticolando. Il ragazzo se ne sta raggomitolato sul sedile a tirare su col naso, ogni tanto si tasta la mano, il taglio ha assunto dei contorni violacei e gocciola sul pavimento. Ad una fermata salgono tre badanti avvolte nei loro fazzoletti, attraversano il corridoio dell’autobus facendo un gesto di saluto in direzione di Ulrico che sembra ricambiare.
    Lui e il ragazzo scendono all’ultima fermata, Ulrico sembra non degnarsi della presenza del giovane che lo segue come un cane arruffato a qualche metro di distanza: passi zuccherosi che affondano nel vento gelido, le luminarie della città hanno lasciato spazio al buio compatto della campagna, poche case, un cane guaisce lontano. Ulrico cammina con falcate decise sulla strada sterrata che costeggia una canaletta di scolo, la neve si insinua rapida tra i rami nudi delle gazìe spoglie. Dietro, il biondo stenta a seguirlo, di tanto in tanto è costretto ad una piccola rincorsa per raggiungerlo. I suoi jeans attillati sono fradici, la neve gli entra dal collo, si  scioglie e gli inzuppa la schiena.
    – Dove cazzo mi porti, vecchio! Esclama affannato in direzione di Ulrico che tira dritto. La poca luce che arriva dalla strada si diffonde sul manto nevoso, il canale di scolo termina in un acquitrino gelato oltre il quale, tra i coriandoli che turbinano in ogni direzione si scorge un quartiere di baracche, una specie di accampamento di assi, lamiere, avanzi di vecchie roulotte semi affondate nella coltre gelata. Ulrico è avanti, lontano, il ragazzo cammina stringendosi nelle braccia, le scarpette chiare di Vuitton hanno assunto il colore del fango. Ansima, “dove cazzo… vecchio!”. Si affretta ma sente le gambe addormentate, le ginocchia doloranti, lente, Ulrico ormai è scomparso, ancora una volta rimangono le sue orme. Il biondo le calca nella poca luce, attraversa un piccolo guado, un ponte fatto con assi di legno sopra un rigagnolo di acqua putrida e fumante fino a ritrovarsi di fronte ad una baracca, una porta posticcia di lamiera che sbatte, dalla quale proviene un po’ di luce. Ci si infila, odore di garage, di benzina e di muffa. Si fa largo tra i materiali accumulati fino ad arrivare ad un’altra piccola apertura, l’attraversa ed entra in un minuscolo monolocale malamente illuminato da una lampadina attorcigliata al soffitto. Sul tavolino di fòrmica le sigarette, in terra le enormi scarpe impantanate e accanto la sagoma di Ulrico che ripone ordinatamente il suo giaccone bagnato su una sedia. Il biondo osserva l’acqua che cola formare una piccola pozza sul pavimento, il suo fiato fuma, l’aria è fredda come all’esterno ma almeno li dentro non soffia il vento. Ulrico si raggomitola su quello che pare un giaciglio dando le spalle al giovane, in pochi secondi sprofonda nel sonno senza curarsi della sua presenza. Lui si guarda intorno, fa un passo e va a sedersi timidamente su un piccolo divano sfondato. Trema di freddo, si tasta la mano dolorante che non sanguina più, posa lo sguardo sullo squallido ambiente intorno: pochi oggetti sembrano li da secoli. Rimane così per qualche tempo, poi un sonno potente lo attanaglia, il torpore gli prende le tempie. Ulrico è li immobile, dalla parte opposta, sembra morto. Il ragazzo si stende lentamente con le scarpe e tutto, si rannicchia stringendosi, cercando di recuperare un po’ di calore e la cosa funziona, finalmente in quella giornata infernale, il quel sudicio tugurio pare trovare un po’ di pace. Gli occhi gli si chiudono, cade in un sonno febbricitante pieno di sogni vividi, colorati. L’albero di natale di quando era bambino, il tappeto del soggiorno arrotolato per fare posto al presepe, i regali, i segni lasciati dal passaggio di Babbo natale quando al mattino, scendendo dal letto di corsa andava a scartare i regali. Quella semplicità per cui bastava credere in qualcosa e questa si realizzava, tutte le possibilità davanti a sè, bastava continuare sulla strada giusta, crescere, avere fiducia: da quanto tempo non sentiva il Natale, quello autentico del bene e della fortuna.


    La lampadina è rimasta accesa nella piccola stanza gelata, la flebile luce gialla lo disturba, lo fa riemergere dal torpore e si ritrova circondato da presenze che non riconosce. Percepisce intorno a sè dei volti ma ora la luce è piu intensa e il ragazzo non riesce a tenere le palpebre aperte. Cerca di alzarsi ma sembra incatenato al divano, sembra avere le braccia bloccate, le gambe legate. Si volta verso Ulrico e vede solo un fagotto di stracci, dorme e non si cura di nulla. Vorrebbe parlare, chiedere che cosa sta succedendo ma la voce non gli esce dalla gola, sente il battito del cuore accelerare, vede il fiato di uomini tutto intorno ma non può riconoscerne i volti, sente delle parole in una lingua che non comprende, gli fischiano le orecchie, una mano gli accarezza la fronte, forse è solo un sogno e passerà. Qulcuno armeggia sopra di lui con una siringa, altre voci più lontane, ls sagoma di un coltello, sangue, cerca di dibattersi, poi la luce si affievolisce e i pensieri svaniscono, si dissolvono, torna la pace ma questa volta senza sogni, senza colori nè ricordi.

    Il sole filtra dal piccolo oblò riparato con del nastro americano, la roulotte di Ulrico è invasa dalla luce del mattino e il tepore dei raggi solari riscalda l’aria viziata e umida. Il cielo è di un azzurro intenso, fuori la neve ha smesso di cadere e il vento durante la notte ha spazzato via le nuvole. Sul piccolo fornello a gas bolle un pentolino incrostato, Ulrico lo toglie dal fuoco e si accende una sigaretta. Si affaccia all’uscio, osserva i rivoli d’acqua che scorrono sotto la neve fusa e cadono dalle lamiere della baracca gocciolando rumorosamente. Il bagliore del sole è accecante, l’uomo si ripara gli occhi con una mano. Spegne la cicca schiacciandola in mezzo ad altre mille nel piatto di plastica, si infila le scarpe ed esce nell’aria tagliente. Attraversa il piccolo campo (zampette di uccelli sulla supetficie della neve all’ombra), si porta sulla strada lungo il canale e raggiunge la fermata del bus. È festa ma la tabaccheria dei cinesi è aperta tutto l’anno, l’uomo scende alla solita fermata, un carro attrezzi armeggia attorno alla lamborghini rimasta lì dalla sera prima. La portiera è ancora aperta, sospesa in aria, i tecnici non sanno come richiuderla senza le chiavi dell’auto e decidono di rimorchiarla così com’è.
    Ulrico entra nella tabaccheria, un’anziana signora sta grattando un biglietto della lotteria. Ulrico aspetta paziente il suo turno, l’anziana getta con stizza il cartoncino e se ne va. Il cassiere sa già, prende le Marlboro dallo scaffale, Ulrico gli allunga cinque euro accartocciati, l’uomo li stira contro luce e li infila nel cassetto, poi sparisce dietro. Ulrico scarta il pacchetto, se lo mette in tasca e rimane fermo a guardarsi le scarpe. Riappare il cinese con un fagotto di carta, lo porge a Ulrico che se ne esce nel sole.
    Il carro attrezzi bippa in retromarcia, un vigile urbano dirige pigro il traffico. Ulrico apre il sacchetto e ci guarda dentro, infila una mano, sfoglia velocemente le banconote, lo riaccartoccia.
    Le campane suonano mezzogiorno, l’uomo si incammina contro il sole accecante, lungo la strada, verso la campagna.

  • Elly Schlein e le nutrie

    Siamo buffi, con quel ciuffo di peli sopra la scatola cranica, come delle palme cimate, pensiamo che sia un accessorio interessante ma in realtà è cringe. Gli alieni, con quegli occhiali da ciclisti e la loro testa ovaloide, liscia, unifirme, loro sono stilosi. Noi? Dai facciamo cagare,  ci ricopriamo ancora le zampe con pelli di animali, poi c’è quella posa da seduti, le chiappe sul morbido, sembriamo sempre nell’atto di defecare e invece stiamo lavorando (non senza che ci sia un legame tra le due attività). Mi rendo conto di avere una fissa per le misure, tacco 12, audi 2000 turbo, la nutria rimane a guardare, mani sui fianchi, lo scempio fatto dal mezzo meccanico che draga il canale di scolo – sicurezza idraulica prima di tutto, per i PFAS attendere – ma almeno nutrie e cormorani non hanno peli ridicoli sul capo e tacchi a spillo. Hanno una dignità contadina, una saggezza oltre le misure, penso che non abbiano nemmeno il Conto Arancio da esibire. Imu e tari le paga Zaglia, el paron, solo che adesso li sfrattano perchè va fatta la nuova rotatoria per il polo commerciale. Un tempo le catene erano simbolo di schiavitù, oggi sono figherie: tutti a friggere patate nel nuovo fast food, aumento dei posti di lavoro +3000% e via col mutuo per il sogno ammericano.
    Noi vecchi rotti in culo, figli del mini boom anni 80 – pennette con la vodka e benzina al piombo – rimaniamo nostalgici di certi matti in equipe. Si, è vero, è sempre esistito l’eroe solitario, il Pannella, il Pertini paraculo mazze e pietre (poi si è capito che non era vero), ma tutti questi qui hanno trovato una serie di altri folgorati cone loro a spalleggiarli. Io la capisco la Schlein, lei le farebbe le mattate, ne sono quasi sicuri, ma che cazzo vuoi fare con una pletora di vecchie tartarughe che non fanno che dirti: e se poi te ne penti?
    È difficile tirare dritto per la propria strada, portare avanti una pazza idea senza l’appoggio del gruppo, senza il piu matto di tutti che ti dice da dietro “vai cazzo! Vai così”. Bonaccini? Col pantalone attillato a vista pacco. Siamo seri, puri di cuore ce ne stanno anche, li si tiene a bada e finita li con la rivoluzione. Basta non lamentarsi se poi le nutrie, da stanziali rurali senza più la terra da lavorare si trasferiranno in città, al Mc Donald a cucinare panini: ci rubano il lavoro, tutte le agevolazioni, e noi itagliani? Già li sento.

    Abitante che osserva le ruspe
  • L’asteroigatto

    Nella sua educazione il giovane uomo deve imparare a scappare di fronte ai grandi pericoli della società come le banche, i barber shop, il toblerone, Ambra opinionista in Rai. Da quando ci hanno spiegato che le uova non vanno tenute nel frigo non siamo più gli stessi. Ogni cosa ha il suo posto nel mondo, c’è chi fatica di più a trovarlo – molto spesso si risolve tutto in un incessante, ripetitivo andare e venire da casa.
    Bisognerebbe stare attenti alla pelle, first of all, col cellulare in una mano e la siga nell’altra ci si può dimenticare del volante (certo, mai quanto fumava Sartre negli anni 60). Lei invece scopa col mondo, poi corre a farsi le analisi e beve acqua piovana fatta decantare – gran ripiglio.
    Uomo o donna intendo.
    Forse l’intelligenza artificiale li fagociterà, prevedendo l’asteroide imprevedibile contro il quale i missili israeliani nulla possono. Ebrei e patriottismo, a tutti piace l’Italia perchè è il luogo più bello in cui vivere ma nel 1938 o nel 2538 potresti aver cambiato idea (se non altro per via del livello del mare, ma anche Starlink è una bella storia).
    Fortunatamente, fuori dal discount c’è ancora “amico di Africa” che tira i carrelli, invece nel vicino reparto di psichiatria il dott. Fanfulli prende le sue gocce per star sveglio – dopo aver assunto quelle per dormire; il vento spazza le foglie, i gatti fanno l’ovale socchiudendo le palpebre e l’asteroide se ne sta li a pensare, in una comoda orbita di attesa. La storia è più o meno che Dio, deluso da quanto male gli è venuta l’umanità, crea un corpo celeste senziente a forma di enorme gatto e lo mette in rotta di collisione con la terra. Questo, essendo gatto, fa un po’ come cazzo gli pare e da allora circola per il multiverso buttando giù stelle comete e quasar con le sue zampette in ematite. Niente, per ora non ci traguarda: tutte le fortune a noi.
    Dentro al discount (uova sempre finite, concentrato di proteine sane a un prezzo onesto) ecumenismo e oltre. Qui le radici cristiano-fasciste si intrecciano con ogni altro credo nel nome di: rotelle di pollo 0.99 € – ottime coi broccoli lessi, povere di sodio – nella speranza che spacobotilia non usi tutte quelle che ha nel carrello contro Mirèla.
    Ma la povertà,  tornando all’asteroigatto, è ben altra. L’urgenza è altra: prova ad essere in città, tutti uffici e niente bar, e ti scappa il cagotto (quello di livello 8, con sudori conclamati), è autentica urgenza occidentale, a me è successo lavorando in lockdown.
    Ci siamo così tanto affidati a Google e ad Amazon per le nostre cose da dimenticare la caduta, il fallimento. Ad eccezione del cristianesimo, un business ha sempre visto la fine, cosa ti fa pensare che la Coop sei tu, chi può darti di più?
    A livello metafisico è molto meglio il discount.

  • Mare Nostrum

    Ci eravamo detti una cosa, io e te al ritorno.
    Le burrasche non ci facevano più paura e nemmeno i temporali al largo di Grado (zona stronza quella, ogni volta rogne). C’era solamente una matita a bordo e il foglio lo rubasti per fare una mappa dei pirati – te lo ricordi? Eri senza documenti, come due adorabili scappati di casa: scalzi, con gli stracci sulle draglie. In quella mappa disegnammo l’Algal che percorreva il golfo, poi la pioggia, il delfino, gli stracci e l’approdo abusivo sulle briccole abbandonate.
    Avrei attraversato l’oceano, lo avrei fatto solo con te che tagliavi le zucchine tra le onde e anche tu, mi dicesti, lo avresti attraversato soltanto con me, non lo sapevi il perchè – di certo non per le mie doti marinaresche.
    E adesso come facciamo, che la tempesta ha avuto il sopravvento? Perchè piccola C. lo sai, qui è tutto un attendere che le cose passino, e a volte fuggono, e non conosco un’altro sistema, purtroppo.
    Lanciammo la bottiglia da qualche parte nel mare, dormimmo coi pesci nel buio mistico della spiaggia, un gabbiano sospeso contro vento, di bolina, banderuola delle nostre vite.
    Decidemmo di non tornare – quanto poco incidono dei segni sulla carta. Adesso non mi resta che pensarti sottoforma di vento che soffia, quando mi sveglio di soprassalto, spaventato dai boati egocentrici dei miei simili, dal prodotto interno lordo. Tu, che ora sei sabbia, aria, aghi di pino, un debole ricordo, onde. Elettroni, vibrazione che non si crea e non si distrugge, momenti, risate perdute nel tempo che ancora mi piombano addosso. Quanto male fanno cazzo di buddha.

  • Adagio jesolano

    Da Hotel Sirenetta o Pensione Aurora a
    Key West, Sun Village è un attimo, tanto il tanfo di cucina è lo stesso di prima, Seasons Real Estate. È il nuovo che ci avanza, stantìo, muffa e formaldeide, fiori secchi, sedie di plastica rimpiazzati dall’impiallacciato “bianco Dubai”. Sei nostalgico di un design di conchiglie, di forme marine? Solo le case dove riposano i vecchi mezzi morti non hanno un nome dinamico: ora “residenza per anziani”, perchè ospizio di merda non offre molta fiducia.
    Il vento insiste, gli aerei partono per la cina all’incontrario e lui scoperchia i manufatti, affonda i pontili, hai voglia di ruspare la spiaggia, a costruire castelli di sabbia: tutto è perduto. Stanno bene solo i naufraghi e i pesci, e Bruno Polesel che pesca granchi blu dietro la curva dove non arriva la risacca. Cazzo/gliene a lui del claimat ciengie, pieno di bestioni da bollire, boni diocan, co l’aio el prezomolo.
    Alle 18.00 passa la paura e suo figlio imbianchino, ora cartongessista stacca da lavoro, passa all’altro tipo di bianco, quello al bar del distributore (Kevin fa i compiti, playstation off prima che torni il papà).
    Da queste parti si sogna una lambo ma ci si accontenta di un mercedes targato BO, ci si prova anche col piramidale, qualcuno su instagram pare ce l’abbia fatta, boom! il colpaccio; d’altra parte ad alzarsi alle 6.00 AM non si fa il grano, è scienza.
    Figa e coca, coca e figa frollata, tutti venduti, assicura Mr. Palazzinary sbocciando in uniforme bianca al prestigioso ristorante in trevisomare: chi non vorrebbe sedergli accanto? E non parlo solo di milfone, passato il tempo del primo, secondo, contorno e acqua (caffè a parte) da Gianni Lurido, l’assessora sfoggia nuovi tiranti che il ponte sullo stretto può accompagnare solo.
    È come avere la motrice di un camion a culo, fumo di Marlbòro dalle enormi narici (accento come ghesbòro), tutti venduti ma non col mutuo dei pezzenti: contanti, giri di bianco e di nero, gioco delle tre carte con la Jugo, eccetera. Perché qua comprano solo calciatori, commercialisti, russi o milanesi, non basta un cubo, una piotta intera per vedere il mare dal terrazzo abitabile, si parla anche di uno e mezzo… sempre se non vuoi affacciarti sul proletariato, sei forse er ciabatta con vista autostazione?
    Jesolo è una questione di sultani e di plebei, non importa se non versi i contributi, anche Ronaldo va in giro col vetro dell’iphone rotto e fa beneficenza per decine di migliaia di euro senza che nessuno ne parli, tu chi sei per giudicare? Pezzente, merda.
    Siamo alligatori, proprio come a Miami, stesso stencil sulle calandre facciali, e ne andiamo fieri – gli amici, quelli veri.
    Poi la sfiga tornando gonfi alle 2 di notte, una volpe che si pensa di attraversare, cofano in carbonio rotto, la testa da una parte della strada, bestemmie ma niente pula – ma la sfiga ci vede lo stesso. Come non bastasse, il giorno dopo, cavalli alla porta di prima mattina, accento del sud, cazzi a non finire su sfondo giallo e verde. Improvviso occhio bovino, pentimento, confessione, ritrattamento, ma, se, però, guardi dottore, senta ispettore, fino al vomito …ma niente: ai pidocchi del nordest non riesce, è scienza, o quasi.
    Netti, la peggior razza, traditori, dopo che gli paghi pure gli extra fuori busta e gli fai la cesta del Ludl a Natale, ti denunciano per quattro schei non versati.
    Luridi.
    Piuttosto di rivedere il furgone alle 6.00 AM pare proprio che Polesel abbia deciso di scivolare sulla parancola e ciao (gli hanno messo il casco, infilato le scarpe appena giunto al pianterreno, ancora caldo). Al suo vecchio manco lo vogliono far sapere, tanto lo vedeva più mai che mai, e un colpo così anche no. Di lui resta il paraurti crepato appeso nella cameretta di Kevin, ora asso del pallone in merdesima categoria, e dentro al cassetto del comodino il sogno di conquistare ciò che la spatola di suo padre non ha potuto. Ma ci sono dubbi sul pronostico, sua madre adesso la consola l’assessore (decisamente materassabile, lei), le ha pure comprato un cavallo, che il trotto rassoda i glutei. In un modo o nell’altro lo vedi che il mattone conquista? Il consumo di suolo arrapa, si trasferiscono al 5° piano delle torri, pare proprio un idillio. Qualche malelingua dice che sia da li che Polesel abbia fatto strike. Chi può dirlo? Tutto vetro e biancore, asparagi ad agosto, ascensore fino dentro in casa, piscina a sfioro, chaise longue in pelle di membro. Kevin dovevano bocciarlo da quanto schifo ha fatto a scuola ma una manina santa ha detto no col ditino, magia! (prossimo anno superiori al campus de stocazzo, 9K cash piu extra se vuoi diventare una cravatta che conta, indipendentemente da voti o Q.I. – roba superata).
    Bene ma non benissimo sul fronte monsoni, servirà un MOSE alle colonne d’ercole – non c’è problema dice Zaglia, forniremo il know how, inviato speciale tra Ceuta e Melilla: Giancarlo Galan. E chi intravediamo a suo fianco? Ta-dannnn! È solo un sogno, un brutto sogno o forse realtà.

  • Termovalorizzatore

    Dio è una sostanza calmante. Colma i vuoti delle vite prese a bastonate, di chi ci prova in tutti i modi a trovare la sua personale forma di amore: il conflitto israelo-palestinese è un ottimo esempio.
    Siamo per natura portati ad assuefarci alle cose, senza elettricità non è più plausibile la vita civile. Abbiamo distillato l’LSD dai funghi e ci è piaciuto tantissimo, e adesso ce lo fabbrichiamo (in nome di Dio). Qualcuno ci guadagna da 2000 e rotti anni? Ma li vale tutti, come il black trinitron negli primi ’90 o Aranzulla in tempi più recenti.
    I Beatles che mandano in cloud un nuovo singolo dagli inferi, bro, e con l’AI abbiamo appena cominciato – vorrei un parere di Polesel, quello che pesca al moletto, che ieri mattina smadonnava per il costo del pieno al motorino.
    Potere lisergico dei contanti ritirati in posta il 2 del mese vs Cardinale Bertone – la sfida.
    Per una razza di animali che come massimo exploit è arrivata a bivaccare in una specie di tenda canadese sulla luna per qualche giorno non è neanche così male (capsule design by Giugiaro). Poi ci lamentiamo del vicino che non svuota il bidone della merda. È sacrosanto, ma la vita si nutre di altra vita (a parte i vegani, ovvio) e il risultato è: cadaveri.
    Se poi qualcuno raccogliendoli ci ha fatto il grano, tanto meglio. Termovalorizzatore is the new chiesa delle anime, e il gioco è fatto.

  • Albero sbagliato

    La colonna sonora di ogni ritorno a casa, il sommesso rumore delle ruote, il fruscio delle auto che ti sfilano accanto. Muovo questo cesso di lamiera senza sprecare fiato solo in virtù della mia occidentalità, abbiamo solo ampliato di poco il nostro noioso ronzare, ultimamente. Dovrei pulire il vetro dalla patina di smog e merde di uccello ma è il prezzo minimo per vivere qui: pensa al negro in bici senza fanale che si arrampica sul cavalcavia, è grazie a lui che posso permettermi il gasolio a due euro e i Levis con gli sbreghi sulle ginocchia.
    Il tempo occidentale da oggi lo misureremo in metri che ci separano dell’orizzonte, metri di architettura idiota, pochi mesi per inventare nuovi sistemi di tortura in cartongesso e pannelli fotovoltaici; è come farsi un mare nella vasca da bagno versandoci del sale: ricchi, belli.
    Tanto adesso abbiamo i droni, mi piace ogni dieci anni tornare a pensare al paesaggio, alla scenografia del nostro insignificante film senza regia (anche cinecittà ha preso fuoco almeno una volta, e Sergio Leone non era uno a caso), annuso dentro per le finestre delle case scalcinate di Gaggio, Marcon e Dese (“tutto il mondo è paese” cantava il vecchio adagio), c’è della bellezza a ora di cena.
    Ho salvato dei pezzi di rami del pino marittimo di fronte casa, gli esperti di ambiente e arredamento urbano lo hanno abbattuto e triturato (ora è pellet per stufe a bassa emissione di co2) in favore di piu compatibili “piantumazioni stradali”. Pensavo di farne un lampadario, per respirare un po di salso nel mio appartamento, mentre il più compatibile agonizza ora rinsecchito al centro della ciclopedonale asfaltata (i lampioni sono stilosi, led, a basso consumo energetico). Ascoltata da lontano la musica è sempre la stessa, solo che poi (intendo dopo, intendo nella bara) non potrai conoscere il titolo del nuovo album, perchè tutto se ne andrà comunque avanti per i cazzi suoi come ha sempre fatto, senza chiedere il permesso – è giusto ricordarlo.
    E poi in fondo cadevano le pigne, qualcuno ha strisciato il cofano, sono cose come la sicurezza dei nostri bambini, la possibilità di passeggiare in periferia senza incrociare lo sguardo torvo di qualche bangla. E i marò? Dico io. Tipo quando giocavamo per strada scalzi, avevo le suole nere senza avere le suole, tipo nei reportage sull’Africa di La7, io Fede e company rischiavamo la vita in tutti i modi concepibili ed era ora di finirla. Ok ci è andata bene ma basta, in attesa delle macchine che volano possiamo affacciarci al buio retrogrado e ammirare l’attuale cielo da boomer senza tangenziali, chissà se abatteranno le stelle perchè intralciano i parcheggi e consumano un casino di idrogeno.

  • Il viaggiatore notturno

    Ci sono degli uomini che si affidano ai sentimenti. A quelle cose vere avventurose e oscure, come i boschi di notte o i desertici altipiani assolati. Non sono strane immagini, è che nella mente e nelle intenzioni di certe persone convivono l’amore per il proprio tempo e l’idea che tutto quello che si sta vivendo ci porterà ad amare i nostri simili, in qualche modo. 
    Sono vite permeate dal mistero, dalla volontà e da una incrollabile fiducia nel tempo, nelle giornate che si affacciano a noi come da balconi con panorami sempre diversi. 
    In un hotel ai margini della città, appena fuori dalla strada che attraversa la campagna arriva un uomo a bordo di una moto. Cavalca una ferrosa due ruote nera, il buio avvolge i lampi del fanale giallo che tremola ai bassi giri del motore. 
    “Locanda”, “tavola calda”, che termini demodè, pensa il viandante. Piove, tutto è lucido fuori e intorno, l’uomo in pelle, senza un volto, avvolto dal suo modo di fare routinario smonta dal motore, assicura le briglie al ricovero e, sacca in spalla, varca la soglia di vetro e legno scricchiolante del locale. Non c’è più nessuno a lanciare freccette o ad annebbiarsi le idee con la grappa. L’uomo si toglie le cose di dosso e le appoggia sulla sedia, accomodandosi al tavolino rotondo. La signora sbuca da una porta sul retro, fa il giro del bancone, lo raggiunge, bisbiglia due cose indicando le scale, se ne sparisce via di nuovo. Ritorna con il vino e il pane, sembra troppo tardi per un pasto ma senza alcuna prudenza il viandante si affida a lei che dopo poco ritorna con un piatto, una cena, un legame con il luogo; il viandante sorride con gli occhi chiari cerchiati di fuliggine, lei appoggia una mano sulla sua spalla, il piatto sul tavolo, andandosene. La fiducia nel prossimo qualunque, la mancanza di certezze, di sicurezze, il peggiore incubo che viene però esorcizzato nel viaggio umano su questo globo. Perchè è così che la notte avvolge le sue vittime, i suoi abitanti pacati, i passeggeri assorti delle sue strade, delle sue auto, delle sue luci mai affidabili. Il soffitto scricchiola, passi, le tende sporche nascondono la vista all’esterno umido e stellato. L’uomo le scosta con due dita, lancia uno sguardo al bolide dormiente, ai grilli, timidi nella notte senza luna.
    Ma perchè viaggiare? 
    Di chi saranno i volti nascosti dietro i fari di mille altri mezzi che corrono nella notte, lungo le autostrade, fermi alle stazioni di servizio, volti immobili dietro un toast e una coca nel bel mezzo del nulla, ad orari improbabili, al telefono con persone lontane, a discutere, a riempire di benzina il serbatoio e ripartire? Sconosciuti gli uni agli altri e allo stesso tempo parte di una stirpe, di una comunità, ognuno per i fatti suoi.
    Bizzarre congetture nella mente dell’uomo della notte, mentre sale le scale della locanda alla ricerca di un giaciglio.
    Il gufo su un ramo osserva le luci che filtrano dalle finestre. I suoi occhi gialli spalancati, puntati come riflettori al secondo piano di quel luogo ai margini della pineta. L’uomo esce sul terrazzo, si accende un sigaro, si appoggia alla balaustra, gli alberi si muovono lenti al vento, le nuvole si scostano dal cielo,  mostrano uno spicchio di luna. Il gufo sbatte le palpebre, le due creature della notte si osservano per un momento. L’uomo lascia cadere un cerino sul bagnato, la fiamma si spegne in un rivolo di fumo. Il gufo spalanca le ali, emette un fruscìo, getta il suo strillo nel bosco andandosene via. La pioggia ha smesso, l’uomo si lascia cadere sul materasso sfondato, chiude le braccia dietro la testa senza spogliarsi, chiude gli occhi sul soffitto scuro. 
    Domani tutto sarà diverso: le scelte, le direzioni possibili, ma ora la notte offre il suo spettacolo senza spettatori, siamo protagonisti silenziosi, discreti. Cosa decideremo? Nessuno lo sa.
    Le direzioni, le mille destinazioni del giorno confluiscono tutte negli occhi chiusi del viandante e in quelli spalancati del gufo, guardiano sui nostri sonni, sulle nostre stanchezze, sui nostri bivi sbagliati, sulle nostre incertezze. Ora, in questa notte umida, che importanza avrebbe mai rispondere ai dubbi sul nostro destino? Il viandante dorme, gli stivali sul pavimento sparsi, le finestre socchiuse che sbattono a tratti mosse da un vento lieve. Di sotto la locandiera riordina il bar, prepara le tazze del caffè perchè domani, in quel luogo alle pendici delle montagne qualcuno scenderà le scale per rifocillarsi, chiederà indicazioni per chissà dove e poi ripartirà. E lo vedremo sparire tra i pini e i larici, nel gesto perfetto di lasciare dietro di sè degli spettatori, dei viaggiatori immobili nello spazio, viaggiatori nel tempo, spettatori del mondo che si muove, della vita che scorre, che arriva, ci sfiora e riparte per la sua strada. 

    Ph Todd Hido

  • Scarafaggi

    Non ho mai avuto paura della notte. Mi ci sono trovato  faccia a faccia tante volte ma io ho paura di altre cose, più che altro persone o avvenimenti. Mi piace la notte, non mi preoccupa, non c’è traffico sulle strade, c’è uno strano rispetto nel muovercisi dentro, tra di noi gatti, topastri randagi. Anche il mio vicinato demente, leghista, xenofobo dorme, è innocuo dopo le due di notte. Nessun allarme li sveglia, via libera a ladri albanesi, rumeni con l’acetilene per far saltare per aria tutte le sicurezze. Noi, svampiti e ladri, ci aggiriamo per il parchetto, chi per una pisciata liberatoria, chi per vuotare lo zainetto dalla marjuana. Noi lavoratori in incognito, noi rospi, grilli, scarafaggi in calore.

    Buonanotte gente, fate sonni tranquilli, ci siamo noi a vegliare le ore piccole per voi.