Lo zen è troppo lungo

Avete mai letto il libro, con titolo buffo “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”? Io sì. Noi scrittori e intellettuali in genere amiamo citare libri iconici dai titoli assurdi e film di registi sconosciuti per darci delle arie, millantando di averci capito qualcosa. “Lo zen” è un intricato libro di filosofia mascherato da storia umana tra padre e figlio autistici (o schizofrenici) in viaggio in un’ america anni 70, o 60 non ricordo. Di tutto lo sproloquio esistenziale, letto in trance durante il covid, in quel silenzio irreale chi ci siamo lasciati alle spalle, ricordo un termine curioso che ho fatto mio. Una parola che suona tanto come mutuata dai nativi (come altri termini geografici, di fiumi ecc.): “chautauqua”.
Con questo termine, nel libro si descrive una sorta di meditazione, un dialogo con se stesso, una divagazione sulla vita e sull’uomo che il protagonista fa nelle lunghe ore in motocicletta per le strade della campagna americana. Così da quella volta, ogni cazzo di volta in cui devo fare sandonà – mestre (mes3) – e ritorno, salgo, allaccio le cinture, musica evocativa e via di chautauqua. Ad alta voce, come i matti. L’intro è il seguente: ripetere più volte, con convinzione, l’impronunziabile termine: ciataka, sciataqua, non saprei.
Da li in poi nascono le idee, a volte banali, scartate all’istante, altre volte geniali, scartate il giorno seguente (una famosa esperta di comunicazione di cui non ricordo più il nome consigliava di scartare a priori le prime 3/5 idee geniali che ti venivano in mente, sicuramente si tratterebbe di cagate già scritte o sentite). Il movimento, il paesaggio che scorre sulla retina agiscono come uno di quei mega cannoni di droga che si facevano gli indiani d’america, e la musica può accompagnare solo: chautauqua!
Così, chautauqua, oggi si va a treviso a cambiare la propria vita.

Chautauqua

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