Albero sbagliato

La colonna sonora di ogni ritorno a casa, il sommesso rumore delle ruote, il fruscio delle auto che ti sfilano accanto. Muovo questo cesso di lamiera senza sprecare fiato solo in virtù della mia occidentalità, abbiamo solo ampliato di poco il nostro noioso ronzare, ultimamente. Dovrei pulire il vetro dalla patina di smog e merde di uccello ma è il prezzo minimo per vivere qui: pensa al negro in bici senza fanale che si arrampica sul cavalcavia, è grazie a lui che posso permettermi il gasolio a due euro e i Levis con gli sbreghi sulle ginocchia.
Il tempo occidentale da oggi lo misureremo in metri che ci separano dell’orizzonte, metri di architettura idiota, pochi mesi per inventare nuovi sistemi di tortura in cartongesso e pannelli fotovoltaici; è come farsi un mare nella vasca da bagno versandoci del sale: ricchi, belli.
Tanto adesso abbiamo i droni, mi piace ogni dieci anni tornare a pensare al paesaggio, alla scenografia del nostro insignificante film senza regia (anche cinecittà ha preso fuoco almeno una volta, e Sergio Leone non era uno a caso), annuso dentro per le finestre delle case scalcinate di Gaggio, Marcon e Dese (“tutto il mondo è paese” cantava il vecchio adagio), c’è della bellezza a ora di cena.
Ho salvato dei pezzi di rami del pino marittimo di fronte casa, gli esperti di ambiente e arredamento urbano lo hanno abbattuto e triturato (ora è pellet per stufe a bassa emissione di co2) in favore di piu compatibili “piantumazioni stradali”. Pensavo di farne un lampadario, per respirare un po di salso nel mio appartamento, mentre il più compatibile agonizza ora rinsecchito al centro della ciclopedonale asfaltata (i lampioni sono stilosi, led, a basso consumo energetico). Ascoltata da lontano la musica è sempre la stessa, solo che poi (intendo dopo, intendo nella bara) non potrai conoscere il titolo del nuovo album, perchè tutto se ne andrà comunque avanti per i cazzi suoi come ha sempre fatto, senza chiedere il permesso – è giusto ricordarlo.
E poi in fondo cadevano le pigne, qualcuno ha strisciato il cofano, sono cose come la sicurezza dei nostri bambini, la possibilità di passeggiare in periferia senza incrociare lo sguardo torvo di qualche bangla. E i marò? Dico io. Tipo quando giocavamo per strada scalzi, avevo le suole nere senza avere le suole, tipo nei reportage sull’Africa di La7, io Fede e company rischiavamo la vita in tutti i modi concepibili ed era ora di finirla. Ok ci è andata bene ma basta, in attesa delle macchine che volano possiamo affacciarci al buio retrogrado e ammirare l’attuale cielo da boomer senza tangenziali, chissà se abatteranno le stelle perchè intralciano i parcheggi e consumano un casino di idrogeno.

Commenti

Lascia un commento