Ci sono degli uomini che si affidano ai sentimenti. A quelle cose vere avventurose e oscure, come i boschi di notte o i desertici altipiani assolati. Non sono strane immagini, è che nella mente e nelle intenzioni di certe persone convivono l’amore per il proprio tempo e l’idea che tutto quello che si sta vivendo ci porterà ad amare i nostri simili, in qualche modo.
Sono vite permeate dal mistero, dalla volontà e da una incrollabile fiducia nel tempo, nelle giornate che si affacciano a noi come da balconi con panorami sempre diversi.
In un hotel ai margini della città, appena fuori dalla strada che attraversa la campagna arriva un uomo a bordo di una moto. Cavalca una ferrosa due ruote nera, il buio avvolge i lampi del fanale giallo che tremola ai bassi giri del motore.
“Locanda”, “tavola calda”, che termini demodè, pensa il viandante. Piove, tutto è lucido fuori e intorno, l’uomo in pelle, senza un volto, avvolto dal suo modo di fare routinario smonta dal motore, assicura le briglie al ricovero e, sacca in spalla, varca la soglia di vetro e legno scricchiolante del locale. Non c’è più nessuno a lanciare freccette o ad annebbiarsi le idee con la grappa. L’uomo si toglie le cose di dosso e le appoggia sulla sedia, accomodandosi al tavolino rotondo. La signora sbuca da una porta sul retro, fa il giro del bancone, lo raggiunge, bisbiglia due cose indicando le scale, se ne sparisce via di nuovo. Ritorna con il vino e il pane, sembra troppo tardi per un pasto ma senza alcuna prudenza il viandante si affida a lei che dopo poco ritorna con un piatto, una cena, un legame con il luogo; il viandante sorride con gli occhi chiari cerchiati di fuliggine, lei appoggia una mano sulla sua spalla, il piatto sul tavolo, andandosene. La fiducia nel prossimo qualunque, la mancanza di certezze, di sicurezze, il peggiore incubo che viene però esorcizzato nel viaggio umano su questo globo. Perchè è così che la notte avvolge le sue vittime, i suoi abitanti pacati, i passeggeri assorti delle sue strade, delle sue auto, delle sue luci mai affidabili. Il soffitto scricchiola, passi, le tende sporche nascondono la vista all’esterno umido e stellato. L’uomo le scosta con due dita, lancia uno sguardo al bolide dormiente, ai grilli, timidi nella notte senza luna.
Ma perchè viaggiare?
Di chi saranno i volti nascosti dietro i fari di mille altri mezzi che corrono nella notte, lungo le autostrade, fermi alle stazioni di servizio, volti immobili dietro un toast e una coca nel bel mezzo del nulla, ad orari improbabili, al telefono con persone lontane, a discutere, a riempire di benzina il serbatoio e ripartire? Sconosciuti gli uni agli altri e allo stesso tempo parte di una stirpe, di una comunità, ognuno per i fatti suoi.
Bizzarre congetture nella mente dell’uomo della notte, mentre sale le scale della locanda alla ricerca di un giaciglio.
Il gufo su un ramo osserva le luci che filtrano dalle finestre. I suoi occhi gialli spalancati, puntati come riflettori al secondo piano di quel luogo ai margini della pineta. L’uomo esce sul terrazzo, si accende un sigaro, si appoggia alla balaustra, gli alberi si muovono lenti al vento, le nuvole si scostano dal cielo, mostrano uno spicchio di luna. Il gufo sbatte le palpebre, le due creature della notte si osservano per un momento. L’uomo lascia cadere un cerino sul bagnato, la fiamma si spegne in un rivolo di fumo. Il gufo spalanca le ali, emette un fruscìo, getta il suo strillo nel bosco andandosene via. La pioggia ha smesso, l’uomo si lascia cadere sul materasso sfondato, chiude le braccia dietro la testa senza spogliarsi, chiude gli occhi sul soffitto scuro.
Domani tutto sarà diverso: le scelte, le direzioni possibili, ma ora la notte offre il suo spettacolo senza spettatori, siamo protagonisti silenziosi, discreti. Cosa decideremo? Nessuno lo sa.
Le direzioni, le mille destinazioni del giorno confluiscono tutte negli occhi chiusi del viandante e in quelli spalancati del gufo, guardiano sui nostri sonni, sulle nostre stanchezze, sui nostri bivi sbagliati, sulle nostre incertezze. Ora, in questa notte umida, che importanza avrebbe mai rispondere ai dubbi sul nostro destino? Il viandante dorme, gli stivali sul pavimento sparsi, le finestre socchiuse che sbattono a tratti mosse da un vento lieve. Di sotto la locandiera riordina il bar, prepara le tazze del caffè perchè domani, in quel luogo alle pendici delle montagne qualcuno scenderà le scale per rifocillarsi, chiederà indicazioni per chissà dove e poi ripartirà. E lo vedremo sparire tra i pini e i larici, nel gesto perfetto di lasciare dietro di sè degli spettatori, dei viaggiatori immobili nello spazio, viaggiatori nel tempo, spettatori del mondo che si muove, della vita che scorre, che arriva, ci sfiora e riparte per la sua strada.

Lascia un commento